Detenzione e diagnosi psichiatrica: cos’è successo a Torino?

Leggo la storia di M., un ragazzo di 24 anni detenuto al Lorusso e Cotugno di Torino in situazioni disumane e degradanti, e provo tristezza e rabbia. Non solo personalmente ma anche professionalmente. 


Sì perché M. era stato trasferito a Torino per la presenza del Sestante, il reparto di osservazione psichiatrica. La sintomatologia del suo disturbo borderline di personalità si era decisamente acutizzata infatti. Tanto da tentare il suicidio ed essere trasferito in stanza singola, per precauzione.


Solo che quella precauzione è durata 10 mesi. Dieci mesi di isolamento, in una stanza senza stimoli, senza indumenti, con un dosaggio farmacologico pesante e senza il soddisfacimento dei bisogni fisiologici talvolta. Sembrerebbe infatti che in più di un'occasione sia stato difficile per M. accedere a dell'acqua potabile e ripararsi dal freddo. 


Ora uno potrebbe fare spallucce e dire cose del tipo "se lo sarà meritato", ma facendo un esercizio empatico si potrebbe sia sentire il suo dolore sia capire come un trattamento del genere sia controproducente per la collettività. Immagina che un detenuto spesso è sfiduciato dal sistema, arrivando a percepirsi come vittima di una punizione esagerata. Immagina inoltre che la sua visione di sé è deformata da quello che ha fatto e da come gli altri lo guardano per quello che ha fatto. Con queste basi immagina di essere tu quel detenuto (andando oltre il "ma io mi comporto bene", domani potrebbe diventare reato comprare le caramelle gommose ad esempio). Quindi immagina di uscire da quella parentesi nella tua vita, tornando alla libertà. Vedi che il tuo piccolo mondo è cambiato, degli amici si allontanano, dei familiari si vergognano di te, i possibili datori di lavoro non si fidano ad assumere un ex detenuto. Tu ti guardi allo specchio e provi rabbia e disprezzo. Guardi gli altri e provi rabbia e rancore. Sei proprio sicuro che non commetterai un altro reato di lì a poco? Tanto, cos'hai da perdere ancora?


Chiaramente questa è solo uno dei possibili sviluppi. Non sto certo dicendo che un criminale rimarrà tale tutta la vita. Le carriere criminali possono essere molto diverse tra loro e sicuramente ci sono dei punti di svolta che favoriscono il riorganizzare la propria vita. Il carcere difficilmente è uno di questi però. Dico difficilmente perché per esserlo dovrebbe essere rieducativo e quindi prevedere degli interventi mirati, ma questo avviene decisamente meno di quanto dovrebbe. Mancano i fondi e la radicata consapevolezza che il carcere dovrebbe essere l'ultima scelta in caso di condanna, perché si associa con l'aumento dei tassi di recidiva. Il perché? L'esercizio di immedesimazione di prima dovrebbe aiutare a farsene un'idea. Poi ci sono storie come quella di M. che aiutano ancora di più a capire quanto di sbagliato c'è nella quotidiana gestione della fase esecutiva della pena in carcere.


Puoi non avere mai sofferto di sintomi psichiatrici e iniziare ad averne di gravi durante la detenzione, immagina se già li hai. Sarebbe interessante sapere quali valutazioni e quali motivazioni hanno spinto il personale del Lorusso e Cotugno a certe scelte. Letta così sembrerebbe quasi che le azioni rabbiose di M. come il lancio di oggetti non siano stati letti nel suo quadro psicopatologico. Che sia stato visto come un fastidio da sedare e annientare. Mi viene difficile pensare a una scelta ben ponderata di esperti della salute mentale, e in realtà voglio sperare che la mancanza sia stata a monte, in un'assenza di personale adeguatamente formato. D'altronde il Garante nazionale dei detenuti (in realtà Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale) aveva già segnalato tempo addietro le inadeguatezze della sezione, sia dal punto di vista strutturale sia in merito al trattamento e alla carenza di attività. E le attività non sono né un premio né un diritto da conquistare ma il dovere di una società che investe denaro per la detenzione delle persone al fine di reinserirle nella società.










Per leggere la notizia completa:


https://torino.repubblica.it/cronaca/2021/03/20/news/torino_dieci_mesi_in_isolamento_in_carcere_ha_bevuto_anche_l_acqua_del_water_-293104302/


https://torino.corriere.it/cronaca/21_marzo_20/mio-figlio-isolamento-dieci-mesi-nudo-la-luce-sempre-accesa-senza-acqua-corrente-e42913ae-89a5-11eb-8483-12afb3b5bb7e.shtml

L’immagine della vittima tra la chiacchiera informale e il contesto forense

Una vittima ha delle caratteristiche ben precise. Solitamente si potrebbe dire che è una persona amabile che conduceva una vita normale, fino a quando un giorno l’aggressore non le ha stravolto la vita. Una violenza da cui è difficile riprendersi. Perciò passa il tempo a struggersi e cercare di rimettere insieme i pezzi della propria vita a fatica. Il sorriso è scomparso dal suo volto, cammina a testa bassa e anche un po’ incurvata dal peso di quest’esperienza. La voce è bassa e talvolta un ricordo la rende instabile. Si può solo immaginare quante lacrime stia versando e quante notti insonni stia passando. Non si cura più tanto e si è isolata dal mondo. Le cose hanno perso interesse per lei ed è difficile appassionarsi a qualcosa.

 

Questo è uno stereotipo però. Nel nostro immaginario la vittima incarna la sofferenza, e se non è così allora forse così tanto vittima non è. Avrà provocato l’aggressore o magari chissà, questa storia della violenza subita magari è frutto di fantasia. Sì perché non bisogna dimenticare che c’è anche chi tende a sminuire, a guardare con sospetto chi denuncia una violenza subita. Sono dinamiche complesse e difficilmente generalizzabili ma non è mia intenzione analizzare in questo articolo tutti i processi mentali che ci possono essere dietro la negazione e la svalutazione del dolore altrui. Quello che mi preme sottolineare è il fatto che una vittima non necessariamente è la personificazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). D’altronde anche volendo parlare in questi termini, l’esposizione a un evento traumatico non coincide automaticamente con l’insorgenza del PTSD. E anche in quei casi non è detto che il comportamento assunto soddisfi le caratteristiche dello stereotipo della vittima. Potremmo fare diverse riflessioni sul perché abbiamo costruito uno schema delle caratteristiche della vittima. Sicuramente una motivazione già di per sé sufficiente è che in quanto esseri umani viviamo di schemi che ci consentono di essere più rapidi nel capire cosa accade. Poi potremmo cercare di capire perché però la vittima per noi ha proprio quelle caratteristiche e non altre, e allora potremmo interrogarci su cosa succede nelle altre culture, com’è mutato lo stereotipo nel tempo, qual è il ruolo dei Media in tutto questo e via dicendo. Ma a mio personalissimo avviso il focus è un altro: la vittima che non rispecchia lo stereotipo ci rimette.

 

Non è una certa sensibilità clinica a parlare. È quello che potrebbe succedere in tribunale. Una vittima o presunta tale che sembrerà una vittima agli occhi del giudice, potrebbe venire presa più in considerazione. Ad esempio, potrebbe essere più facile che ottenga il risarcimento in sede civile. In sede penale invece la personalità e le abitudini della vittima potrebbero influire sulla pena. Lo stesso discorso potrebbe valere per l’atteggiamento, sottomesso o spavaldo, verso l’imputato.

 

Quindi basta comportarsi “da vittima” per vedere riconosciuti il proprio dolore e i propri diritti? Non è così facile. A influire sui processi decisionali ci sono anche altre variabili su cui non si può avere il controllo. Età, sesso anagrafico, somiglianza con chi decide (es. giudice) e dinamica del reato sono tra queste. Sarebbe oltremodo impensabile suggerire di manipolare il proprio comportamento in modo da adeguarsi allo stereotipo della vittima. Suonerebbe un po’ al pari di “non vestirti in maniera provocante o rischierai uno stupro”! No, ognuno reagisce alle violenze subite a proprio modo. E le dinamiche delle violenze non sono sempre prototipiche. E no, non sono solo i giudici a doverlo tenere a mente. Lo dovesti tenere a mente anche tu, quando ti raccontano dell’episodio accaduto a un conoscente o quando leggi un articolo di giornale.

  

 

 






Bibliografia (non esaustiva)

    



American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington DC: Author (trad. it. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (quinta edizione). Milano: Raffaello Cortina Editore, 2014).

 

Bates, E.A., Kaye, L.K., Pennington, C.R. et al. What about the Male Victims? Exploring the Impact of Gender Stereotyping on Implicit Attitudes and Behavioural Intentions Associated with Intimate Partner Violence. Sex Roles 81, 1–15 (2019). https://doi.org/10.1007/s11199-018-0949-x

 

Buddie, A.M., Miller, A.G. Beyond Rape Myths: A More Complex View of Perceptions of Rape Victims. Sex Roles 45, 139–160 (2001). https://doi.org/10.1023/A:1013575209803

 

Chu Q, Grühn D. Moral Judgments and Social Stereotypes: Do the Age and Gender of the Perpetrator and the Victim Matter? Social Psychological and Personality Science. 2018;9(4):426-434. doi:10.1177/1948550617711226

 

Kahneman, D. (2011). Thinking, fast and slow. Macmillan. (trad. it. Pensieri lenti e veloci. Milano: Mondadori, 2017.)

 

Masser, B., Lee, K. & McKimmie, B.M. Bad Woman, Bad Victim? Disentangling the Effects of Victim Stereotypicality, Gender Stereotypicality and Benevolent Sexism on Acquaintance Rape Victim Blame. Sex Roles 62, 494–504 (2010). https://doi.org/10.1007/s11199-009-9648-y

 

McKelvie SJ. Effects of Sex of Judge and Sex of Victim on Recommended Punishment of a Male Murderer in a Mock Scenario. Psychological Reports. 2002;91(2):533-536. doi:10.2466/pr0.2002.91.2.533

 

McKimmie BM, Masser BM, Bongiorno R. What Counts as Rape? The Effect of Offense Prototypes, Victim Stereotypes, and Participant Gender on How the Complainant and Defendant are Perceived. Journal of Interpersonal Violence. 2014;29(12):2273-2303. doi:10.1177/0886260513518843

 

Pascal, E. (2019). Being similar while judging right and wrong: The effects of personal and situational similarity on moral judgements. International Journal of Psychology, 54(2), 188–196. https://doi.org/10.1002/ijop.12448

COVID-19 E NATALE 2020: DI COSA SI HA DAVVERO BISOGNO?

Chi lo vive con gioia ed entusiasmo, chi con malinconia, chi con rabbia, chi finge indifferenza... ma il periodo natalizio tocca dal vicino tutti. È un periodo in cui, complici le sollecitazioni esterne, si riflette sulle proprie relazioni e sulla propria storia di vita. Cosa suscitano le luci, gli addobbi, la musica e gli odori del Natale per le strade e nei negozi, le domande degli altri sulle festività? Probabilmente la risposta dipende dalle esperienze passate, dalle emozioni e dalle persone allora presenti.


E allora questo Natale di assenze e atipicità sarà un bene o un male? Sarà diverso. Ad alcuni faranno male la solitudine forzata, il pensiero che sarebbero stati soli comunque, l’assenza o la modifica necessaria a riti e tradizioni. Altri si potrebbero sentire in qualche maniera sollevati nel poter trascorrere un Natale senza (o minori) costrizioni e aspettative sociali e familiari. Molti si sentiranno confusi. 


Tuttavia, ci potrebbero essere dei risvolti interessanti. Ad esempio, si potrebbe capire qualcosa in più sui propri bisogni. Magari pensando “non ho provato la solita ansia durante il ritrovo familiare” oppure “quella persona/situazione mi è inaspettatamente mancata”. Potrebbe essere un modo per sperimentare nuovi modi per esprimere affetto alle persone care. 


I cambiamenti sono difficili da gestire, richiedono un’attivazione di risorse superiori che non consentono di andare in modalità “pilota automatico”. Ecco, questa potrebbe essere una nota positiva in questo Natale turbolento. Inizialmente non sembrerà “Natale”, ma non è utile soffermarsi solo sulle privazioni. Questo modo di vivere la situazione genererebbe un senso di impotenza e frustrazione, poiché poco si può fare per cambiare la realtà esterna (e dunque la possibilità di movimento). Però si può cogliere l’opportunità per riflettere su se stessi e avere un atteggiamento creativo per passare al meglio possibile queste festività. Si potrebbe rimanere sorpresi dalla gioia in situazioni impensate. Potrebbero esserci delle modifiche al proprio sistema di valori. Si potrebbe distinguere, a vantaggio anche delle esperienze future, la felicità autentica e squisitamente soggettiva da quella preconfezionata a cui aderire per “senso del dovere” o senza farsi troppe domande.