L’immagine della vittima tra la chiacchiera informale e il contesto forense

Una vittima ha delle caratteristiche ben precise. Solitamente si potrebbe dire che è una persona amabile che conduceva una vita normale, fino a quando un giorno l’aggressore non le ha stravolto la vita. Una violenza da cui è difficile riprendersi. Perciò passa il tempo a struggersi e cercare di rimettere insieme i pezzi della propria vita a fatica. Il sorriso è scomparso dal suo volto, cammina a testa bassa e anche un po’ incurvata dal peso di quest’esperienza. La voce è bassa e talvolta un ricordo la rende instabile. Si può solo immaginare quante lacrime stia versando e quante notti insonni stia passando. Non si cura più tanto e si è isolata dal mondo. Le cose hanno perso interesse per lei ed è difficile appassionarsi a qualcosa.

 

Questo è uno stereotipo però. Nel nostro immaginario la vittima incarna la sofferenza, e se non è così allora forse così tanto vittima non è. Avrà provocato l’aggressore o magari chissà, questa storia della violenza subita magari è frutto di fantasia. Sì perché non bisogna dimenticare che c’è anche chi tende a sminuire, a guardare con sospetto chi denuncia una violenza subita. Sono dinamiche complesse e difficilmente generalizzabili ma non è mia intenzione analizzare in questo articolo tutti i processi mentali che ci possono essere dietro la negazione e la svalutazione del dolore altrui. Quello che mi preme sottolineare è il fatto che una vittima non necessariamente è la personificazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). D’altronde anche volendo parlare in questi termini, l’esposizione a un evento traumatico non coincide automaticamente con l’insorgenza del PTSD. E anche in quei casi non è detto che il comportamento assunto soddisfi le caratteristiche dello stereotipo della vittima. Potremmo fare diverse riflessioni sul perché abbiamo costruito uno schema delle caratteristiche della vittima. Sicuramente una motivazione già di per sé sufficiente è che in quanto esseri umani viviamo di schemi che ci consentono di essere più rapidi nel capire cosa accade. Poi potremmo cercare di capire perché però la vittima per noi ha proprio quelle caratteristiche e non altre, e allora potremmo interrogarci su cosa succede nelle altre culture, com’è mutato lo stereotipo nel tempo, qual è il ruolo dei Media in tutto questo e via dicendo. Ma a mio personalissimo avviso il focus è un altro: la vittima che non rispecchia lo stereotipo ci rimette.

 

Non è una certa sensibilità clinica a parlare. È quello che potrebbe succedere in tribunale. Una vittima o presunta tale che sembrerà una vittima agli occhi del giudice, potrebbe venire presa più in considerazione. Ad esempio, potrebbe essere più facile che ottenga il risarcimento in sede civile. In sede penale invece la personalità e le abitudini della vittima potrebbero influire sulla pena. Lo stesso discorso potrebbe valere per l’atteggiamento, sottomesso o spavaldo, verso l’imputato.

 

Quindi basta comportarsi “da vittima” per vedere riconosciuti il proprio dolore e i propri diritti? Non è così facile. A influire sui processi decisionali ci sono anche altre variabili su cui non si può avere il controllo. Età, sesso anagrafico, somiglianza con chi decide (es. giudice) e dinamica del reato sono tra queste. Sarebbe oltremodo impensabile suggerire di manipolare il proprio comportamento in modo da adeguarsi allo stereotipo della vittima. Suonerebbe un po’ al pari di “non vestirti in maniera provocante o rischierai uno stupro”! No, ognuno reagisce alle violenze subite a proprio modo. E le dinamiche delle violenze non sono sempre prototipiche. E no, non sono solo i giudici a doverlo tenere a mente. Lo dovesti tenere a mente anche tu, quando ti raccontano dell’episodio accaduto a un conoscente o quando leggi un articolo di giornale.

  

 

 






Bibliografia (non esaustiva)

    



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